Immaginate di essere in un campo incolto. Il sole è basso a occidente, il cielo sopra di voi plumbeo, l’aria irrespirabile. All’orizzonte soltanto torri di cemento, alberi secolari abbattuti da venti di burrasca, greti riarsi di fiumi in secca. Il vostro corpo si muove istintivamente in cerca di ristoro. Dopo nemmeno 10 passi sbattete contro un muro invisibile. Cambiate direzione. Cinque passi. Altro muro. Provate ancora. Ancora un muro. Siete imprigionati in 50 mq. Con la pula nei polmoni, il fiato corto e la morte nel cuore. Benvenuti a Milano.
No, non è un romanzo distopico. E‘ un dato statistico sposato a una realtà esistenziale. Milano è una delle peggiori città per consumo di suolo, in Italia e in Europa. Quasi il 60% del suo suolo è già stato cementificato in modo permanente. E la devastazione prosegue a ritmo serrato (71 ettari consumati soltanto tra il 2015 e il 2023). Cos’è il suolo? Sono quei 50 cm di crosta terrestre essenziali per la vita sul pianeta Terra. Acqua, aria, minerali, organismi viventi che drenano le acque, purificano l’aria, producono il nostro cibo. Ebbene, a ciascun cittadino milanese restano oggi 54 mq di suolo non edificato a testa. Meno della dimensione media di un’abitazione nel capoluogo lombardo.
Per questo motivo la cessione dello stadio di San Siro da parte del Comune a Inter e Milan suona come un requiem per Milano. Lo storico stadio sarà demolito (caterve di detriti) per far posto al nuovo, corredato da torri per uffici, hotel, museo, aree ristoro e un enorme centro commerciale. La delibera funebre, non a caso, è passata a notte fonda – l’ora del lupo – grazie a un provvedimento „a tagliola“ che ha soffocato il dibattito tranciando ogni possibile emendamento. Non è in questione, ovviamente, la sopravvivenza fisica – per così dire – della città. Milano vive e prospera. Sempre più ricca, più sfrenata, più garrula e disperata. Ciò che viene sepolto è un’idea di Milano inclusiva, progressista, popolare e democratica. Non è nemmeno in questione la passione per il calcio di moltissimi milanesi, fervore semi-religioso che aveva già il suo tempio nell’iconico stadio condannato alla demolizione. Stiamo parlando di un’altra cosa, più grande. Stiamo parlando dei destini generali. Ciò che qui è in questione è la salute pubblica, la giustizia sociale, la salvaguardia ambientale, sono in ballo valori e principi fondamentali per una comunità: l’interesse pubblico contro quello privato, il benessere di tutti contro la ricchezza di pochi, la generosità del futuro contro l‘avidità del presente.
Perdonatemi ma non riesco a non vedere un passaggio simbolico in questa delibera notturna. Non ci riesco perché da anni vedo Milano scivolare sul piano inclinato di una modernità malintesa, l’immenso equivoco della crescita senza sviluppo, del capitale senza lavoro, del consumo senza futuro. Milano è sempre stato laboratorio di una società aperta, di un progressismo coscenzioso, di una borghesia illuminata, di un socialismo umanitario, di un capitalismo temperato. La teneva assieme la forza tranquilla del lavoro.
Ora, invece, vedo attorno a me una società disintegrata da una ricchezza sempre crescente ma sganciata dal lavoro, che fu il fondamento della nostra convivenza civile. Vedo una città classista, egoista, nichilista, che sguazza in pozze di capitali provenienti da fondi sovrani di satrapie mediorientali, da rendite di posizione o famigliari, da evasione o elusione fiscale, dalla fiumana di una finanza post-umana, capitali anomici, iperbolici, deterritorializzati, micidiali come droni, totalmente disancorati dalle opere e dai giorni del lavoro umano, una città dove se sei uno studente fuori sede finisci a vivere a caro prezzo in uno sgabuzzino e se sei un professore di liceo con una moglie impiegata alla poste e due figli non puoi proprio più vivere.
Questa è la città dove d’estate gli anziani si rifugiano nei centri commerciali per non morire d’afa, dove il 57% dei nuclei famigliari è composto da una sola persona, la città che ama i cani più dei bambini, che consuma 18 tonnellate di cocaina ogni anno, la città che ha i più alti valori immobiliari d’Italia e uno dei più alti tassi d’inquinamento al mondo (nel 2024 per ben 60 giorni ha sfondato le soglie critiche di veleni nell’aria), una città dove aflluisce più della metà dei multimilionari espatriati ai quali una legge vergognosa consente di pagare soltanto 200mila euro di imposte se trasferiscono la residenza in Italia e dove confluisce più della metà dei clandestini che sbarcano sulle coste del nostro Paese. Come stupirsi, allora, che sia questa la città con il più alto numero di furti, scippi, rapine denunciati e con un numero di stupri in costante aumento (uno al giorno)? Una città in perenne stato d’assedio, oramai divisa tra un’umanità fatua, vestita all’ultima moda, che conta le ore succhiando da una cannuccia variopinta spritz a 15 euro nelle vie del centro e una moltitudine oscura di dereletti pronti a darle l’assalto o di piccoli borghesi impoveriti, rassegnati a essere espulsi verso la periferia di una storia lastricata diaspettative deluse.
E‘ questa città desolata e desolante che vedo quando guardo i grattacieli, talvolta magnifici, spesso vuoti, sempre inabitabili dalla Milano del lavoro, sorti divorando suolo pubblico grazie ai fondi sovrani del Qatar. Ed è sempre questa Milano perduta che mi appare quando nottetempo il consiglio comunale avalla l’ennesima operazione immobiliare di alta gamma vendendo lo stadio di San Siro – un tempo definito „la Scala del calcio“ – all’Inter e al Milan, un tempo squadre italiane e oggi entrambe di proprietà di fondi d’investimento americani.
Copyright 2022 ANTONIO SCURATI